venerdì 27 settembre 2013

Clima caldo e umido - Il Giappone


Geografia e clima

Il Giappone è il paese del sol levante. Il suo nome Nihon è composto dai segni ni () = sole o giorno e hon () = origine. Il Giappone è un arcipelago dell’Oceano Pacifico occidentale e si estende da Nord (L 45° N, Hokkaido) a Sud (L 20° N, Okinotorishima) in forma di un grande arco. Tutto l’arcipelago è in prevalenza montuoso; più di due terzi del territorio giapponese sono coperti da montagne e boschi. Delle pianure si trovano principalmente nell’isola di Honshū, dove ci sono anche le maggiori città del paese.

Per ragione dell’estensione dell’arcipelago da Nord a Sud, il clima giapponese è molto eterogeneo e passa dal freddo-temperato di Hokkaido, con inverni freddi e nevosi, al clima subtropicale della Prefettura di Okinawa, dove invece gli inverni sono miti e le estati sono calde e afose. L’autunno è caldo e secco.

Il clima è influenzato anche dai venti che, in inverno soffiano dal continente asiatico verso il Pacifico e, in estate, dall’oceano verso il continente. Nella tarda primavera cominciano le piogge di carattere monsonico (baiu zensen) che si prolungano per circa un mese.

Il clima varia anche secondo l’altitudine. I monti frenano i venti e, nell’isola centrale di Honshu, il clima tipico delle parti più interne è caratterizzato da forti escursioni termiche dall'estate all'inverno e dal giorno alla notte.

Le case tradizionali

La casa giapponese più comune è detta minka che significa letteralmente casa della gente. Si tratta di una casa costruita su un terreno proprio, in pratica, una sorta di villetta. In origine la minka era l’abitazione dei contadini, degli artigiani e dei commercianti, ovvero, dei tre ceti non aristocratici. Il tipo di casa varia da regione a regione, secondo il clima della zona e le abitudini degli abitanti, ma si possono ugualmente distinguerne due tipi: la noka, ossia la vera casa dei contadini, e la machiya, la casa di città della borghesia. Il termine Minka è oggi usato per indicare qualsiasi forma di villetta costruita in stile tradizionale.

In questa sede ci limitiamo a parlare solo della casa tradizionale dei contadini giapponesi, la minka o noka.

 
Una piccola minka con orto

Una minka, o noka, è sempre costruita con materiali economici, cioè locali e abbondantemente disponibili. I contadini non si potevano permettere di importare materiali da luoghi lontani, perciò dovevano accontentarsi di quelli che offriva la loro zona. I noka, proprio per questa ragione, sono principalmente costruiti con legno, bambù, argilla e vari tipi di giunchi e paglia di riso. Strutturalmente si tratta di costruzioni lignee a telaio con pilastri, travi e travetti collegati senza chiodi, con giunti e nodi di particolare taglio, oppure collegati con delle corde.

Tutto il peso della struttura di una casa tradizionale grava su pilastri di legno, pertanto, le pareti e le chiusure possono essere leggere. Le pareti interne non erano fisse e consistevano in elementi scorrevoli o paraventi (fusuma) fatti di legno e di carta. Le pareti esterne e la porta d’ingresso delle case contadine erano normalmente di legno.

Erbe palustri e paglia erano usate per la copertura del tetto e per la produzione delle stuoie che ricoprono il pavimento (tatami). Solo in città, i tetti di certe case erano coperti da scandole o tegole. La pietra fu impiegata solo per le fondamenta e per i plinti su cui posare i pilastri di legno, ma non nella costruzione della casa vera e propria.

 
Riparazione del tetto di una tradizionale minka

La caratteristica architettonica più pronunciata delle antiche case dei contadini giapponesi era l’alto tetto ripido a due falde. Le falde delle case noka arrivavano quasi fino al suolo ed erano ricoperte di paglia (yosemune). La ripidezza delle falde aveva due vantaggi: in caso delle torrenziali piogge monsoniche faceva scorrere più rapidamente l’acqua e, in inverno, la neve non poteva accumularsi e appesantire la costruzione.

Un’eccessiva umidità avrebbe far inoltre marcire rapidamente la copertura di paglia. Il tetto alto e ripido aveva anche la funzione delle nostre cappe di camino, cioè accogliere il fumo del focolare che usciva poi da due aperture frontali; inoltre offriva un prezioso spazio per lo stoccaggio del raccolto e per gli attrezzi.

Al culmine, dove s’incontrano le falde, e dove il vento soffia più forte, era necessario l’utilizzo di speciali rinforzi. Sui tetti coperti con scandole o tegole, la copertura del colmo è rafforzata semplicemente con la posa di più strati di tegole o di scandole. Agli angoli del tetto, questo rinforzo spesso costituiva l’unica forma di decorazione della casa. Si trattava di figure grottesche e altri ornamenti di terracotta o di altro materiale.

L’interno di una minka rurale si divideva in due parti: l’una con un pavimento di terra battuta, detta doma, l’altra un piano rialzato (normalmente di 20 c,) con pavimento di legno coperto di stuoie (tatami o mushiro). La doma era usata principalmente per cucinare e per le attività contadine e comprendeva il focolare (kamado), un lavandino di legno, contenitori per le provviste e una grande brocca per l’acqua attinta da un pozzo esterno. Una grande porta di legno, detta ōdo, formava l’ingresso della casa. La parte con pavimento rialzato conteneva spesso un piccolo focolare incassato nel pavimento (irori).

 
Pianta di una tradizionale casa contadina (noka) del Giappone.
A desta il doma, a sinistra la parte rialzata (yomadori).
(Quelle: Blaser, Werner: Tempel und Teehaus in Japan, Basel/Boston/Berlin 1988)

La suddivisione interna della parte rialzata poteva variare: la più usuale, detta yomadori, era quella a quattro stanze, che, spostando semplicemente le pareti scorrevoli, potevano essere però riunite a formare un unico grande ambiente.

Due di queste stanze, inclusa quella con il focolare irori, servivano alle attività quotidiane della famiglia.

Gli altri locali servivano per dormirvi e per ospitarvi eventuali visitatori. Una stanza includeva il tokonoma, ossia una nicchia in cui viene appeso un quadro (kakemono) e deposta una decorazione floreale.  Ancora oggi il tokonoma si può trovare nelle moderne abitazioni giapponesi,

Nelle antiche case, il bagno e il servizio igienico si trovavano normalmente in un annesso, ma sotto la gronda dello stesso tetto.

In estate, che in Giappone è spesso calda e afosa, l’apertura degli ambienti garantiva una continua circolazione d’aria rinfrescante. Il pavimento rialzato evitava l’imputridimento del legno nella stagione umida. Le case non erano per nulla riscaldabili; l’unica difesa dal freddo invernale era quella di indossare indumenti pesanti. La sola fonte di calore era costituita da un piccolo fornello trasportabile alimentato con carbone di legna. Inoltre, ci si concedevano spesso bagni caldi ancora oggi molto apprezzati.

Per i pasti, la famiglia si riuniva attorno al focolare in un ordine prestabilito in base allo status sociale all’interno della famiglia. Il lato più lontano dal doma, detto yokoza, era riservato al padrone di casa, la madre e le altre donne si sedevano su un altro lato; un terzo lato era riservato agli ospiti e agli altri membri maschili della famiglia. Il quarto e ultimo lato era occupato da una catasta di legna. In origine, alla sera, la fiamma del fuoco era spesso anche l’unica fonte di luce nelle case contadine, perché comprare l’olio per alimentare una lampada era troppo oneroso.

 
Gassho-zukuri, il sottotetto
 
Nella seconda metà del secolo scorso, le minka erano considerate scomode e antiquate, perciò molte di queste antiche costruzioni furono demolite e sostituite con case moderne. Tuttavia, nel 1997 venne fondata un’associazione, la Japan Minka Re-use and Recycle Association (JMRA), che si batte molto attivamente per la il recupero e la conservazione di queste bellissime case tradizionali.

 
Bibliografia:
Blaser, Werner: Tempel und Teehaus in Japan, Basel/Boston/Berlin 1988
Lodi, Paolo: Le città capitali del Giappone (VII-XIX secc.); in: Storia della città, N.44, ottobre-dicembre 1987, p. 7-74
Suzuki Mitsuru. "Minka." Kodansha Encyclopedia of Japan. Tokyo: Kodansha Ltd. (1985)
Goto Osamu. History of Japanese Architectures, Kyoritsu Shuppan, 2003

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