sabato 28 settembre 2013

Clima mediterraneo - Roma antica - La casa italica e romana


Così come in Mesopotamia e in Egitto, le dimore primitive dei popoli italici dell’Età del Ferro erano piuttosto delle capanne che vere e proprie case. La loro forma la conosciamo grazie alle numerose urne cinerarie, rinvenute negli scavi archeologici, che possiamo ammirare in vari musei italiani. Queste urne riproducono con molta fedeltà il tipo di dimora allora in uso: capanne a pianta ovale e rettangolare, più raramente circolare, con la porta d’entrata sul lato corto. Le pareti erano fatte con un intreccio di frasche o di canne, ricoperte d’argilla, ed erano fissate a una serie di pali in legno piantati per terra. Il tetto, di solito a doppio spiovente, era costituito da un’intelaiatura di travetti ricoperti anch’essi da paglia e frasche, con due aperture nell’alto del frontone affinché ne fuoriuscisse il fumo del focolare. Queste capanne si trovavano di solito all’interno di un recinto, con diverse altre, dove si tenevano anche i magazzini per le provviste e il bestiame. Tracce di capanne d’abitazione del VIII secolo a.C. sono state rinvenute a Roma in diversi punti del monte Palatino.

 
Urna cineraria a forma di capanna
(Museo Archeologico di Vulci, Canino (VT))

Le antiche case italiche rappresentavano quindi un semplice rifugio in cui ripararsi dalle intemperie e dormirvi durante la notte.

Urna cineraria a capanna da Castel Gandolfo - Montecucco, tomba A ,
prima metà del IX sec. a.C., Roma, Musei vaticani.


Tra la fine del VII e la metà del VI secolo a. C., nell’Italia centrale, si risente l’influenza della cultura ellenica. Non solo vi si importano oggetti artistici di ogni genere, ma si crea una vera e propria industria indigena che si orienta ai modelli provenienti dal mondo greco che si era stabilito nell’Italia meridionale e in Sicilia (Magna Grecia), rappresentato da numerose città coloniali. Anche l’architettura comincia a orientarsi ai modelli ellenici. Si abbandonano dunque le forme delle primitive abitazioni e nasce l’edilizia delle strutture lignee a telaio, rivestite e adornate con elementi colorati di terracotta.

Gli edifici profani e anche i templi di quell’epoca, erano semplici costruzioni a pianta rettangolare coperte da un grande tetto a due falde che le proteggeva. Un’idea di questi edifici la può rendere il tempio etrusco, un largo edificio a tre celle, che ne costituiscono l’interno, e con un ampio vestibolo (pronao) a quattro colonne esposto a sud, così come lo descrive Vitruvio (1). Un tempio toscano ricostruito, che ben dimostra la tecnica edilizia di quei tempi, si può trovarlo nel Museo di Villa Giulia a Roma.

Il modello architettonico della casa e del tempio è il medesimo: il megaron greco a “prostas”, cioè, un ambiente rettangolare con un porticato su uno dei lati corti. Questi edifici si aprivano verso il quadrante Sud (da SE a SO) e si può presumere che questo orientamento valesse non solo per i templi, ma anche per le abitazioni.

Tombe a tempio nella Necropoli di Norchia, presso Viterbo
(Foto: Uwe Wienke)

L’architettura è ancora intuibile osservando le città dei morti, le necropoli etrusche. In quella etrusca di Norchia, presso Viterbo, a molte delle tombe scavate nelle pareti rocciose della valle, fu data la facciata di una casa. Queste tombe sono chiamate “a tempio” o “doriche”, ma non dovevano rappresentare dei templi, bensì case del tipo greco a “prostas”. I frontoni raffigurati sulla facciata delle due tombe (figura accanto) erano ancora meglio conservati negli anni 1841-1847, quando il viaggiatore britannico e grande studioso della civiltà etrusca George Dennis (1814-1898) visitò l’Etruria.

La domus – La casa ad atrio

La casa romana che ci viene normalmente presentata come tipica è la domus. Si tratta della tradizionale casa urbana del ceto dei ricchi patrizi, ma proprio per questo motivo non è affatto la “casa dei romani”. La maggioranza dei romani, la gente comune, gli artigiani, i commercianti, i lavoratori, e i piccoli imprenditori abitavano in condizioni molto molto meno agevoli. 

Domus romana – Casa con atrio
Leggenda: 1 fauces – ingresso, 2 tabernae – negozi, laboratori, 3 atrium – sala di ricevimento, 4 impluvium – vasca con acqua piovana, 5 tablinum – studio, 6 hortus – orto, 7 triclinium – sala da pranzo, 8 alae – locali di servizio, 9 cubiculum – camera da letto
La domus si distingue nettamente dalle tipologie greche delle case a prostas e a pastas. Non possiede un cortile interno e non è totalmente chiusa verso l’esterno. Una domus è una casa a un unico piano, ha di solito una pianta rettangolare e una disposizione simmetrica degli ambienti. Dalla strada si entra attraverso un vestibolo (vestibulum), sollevato per alcuni gradini dal piano della strada medesima, e, percorrendo un breve corridoio (fauces) si arriva in una sala, detta atrium, l’ambiente centrale in cui il patrone di casa la mattina riceveva le visite dei suoi clienti. L’atrium è in un certo modo paragonabile al salotto delle nostre case dove riceviamo chi ci viene a visitare. L’atrium prende luce solo dall’alto, da un’apertura nel tetto chiamata compluvium. Direttamente sotto quest’apertura, incassata nel pavimento, c’è una vasca quadrangolare, l’impluvium, che raccoglie l’acqua piovana, mentre sotto questo si trova spesso una cisterna per l’acqua raccolta che serviva per lavare stoviglie e panni, oppure per irrigare l’orto. Sembra che l’atrium derivi da un cortile interno che dà accesso ai singoli ambienti della casa.  

Ai due lati dell’atrio sono collocate le piccole stanze da letto, le cubicula, e due vani aperti, le cosiddette ali (alae). Sul fronte posteriore c'era il tablinium, ossia lo studio del capofamiglia, spesso affiancato da salette da pranzo, detti triclini, perché composti da tre letti disposti a U, dove si mangiava quando c’erano degli ospiti. Nel fondo della casa, dietro il tablinium c’era un orto o giardino. A differenza della casa greca, quella romana non conosce la rigida suddivisione in una parte destinata alle donne e un’altra agli uomini.

 
Pompei. Casa dei Vettii, Atrium

A destra e a sinistra dell’ingresso, si trovano dei locali (tabernae) usati come botteghe o laboratori, che si aprono verso la strada e che spesso sono affittati a terzi. Gli ambienti abitativi di una domus ricevono luce solo attraverso il compluvium e dall’orto in fondo. L’interno della casa è quindi molto buio. Solo il tablinium risulta essere meglio illuminato, in parte dall’atrium, in parte dall’orto.

L’atrium doveva essere originariamente un cortile porticato, una sorta di chiostro, intorno allo stesso c’erano i singoli locali della casa. Festo (2) chiama l’atrio “uno spazio ante aedem” che significa “davanti all’edificio” e questo induce a pensare che, originariamente, l’atrio non era una parte della casa, bensì uno spazio aperto davanti all’edificio, un cortile dove venivano ricevuti gli estranei senza tuttavia farli transitare per la casa. In questo caso, il vero ambiente principale, doveva essere stato il tablinium, lo studio del capofamiglia, dove egli riceveva gli amici e i visitatori più intimi.

Oltre a questa, esiste anche una seconda etimologia della parola “atrium”. L’aggettivo latino ater, atro, significa “nero, fosco, oscuro”. “Atrio” può quindi anche far pensare a un edificio primitivo con un solo vano annerito dal focolare centrale e con una o due aperture nel tetto dal quale far uscire il fumo (ibi etiam culina erat, unde et atrium dictum est, dice Servio, atrium enim erat ex fumo). Un tale edificio somiglierebbe più a una capanna, almeno così come le conosciamo dalle urne cinerarie.

In riferimento all’atrium, Vitruvio (3) parla anche di “cava aedium”, tra cui se ne distinguono cinque tipi: toscano, corinzio, tetrastilo, displuviatum e testitudinatum. Nell’atrio toscano, le travi inclinate verso l’apertura dell’impluvio poggiano su quattro travi orizzontali, incrociate e alloggiate nei muri perimetrali. La costruzione sorregge sé stessa senza essere sostenuta da pilastri o da colonne. Nell’atrio corinzio e tetrastilo, la costruzione del tetto è invece retta da quattro colonne. “Dipluviato” è un atrio coperto da un tetto inclinato verso l’esterno che non convoglia l’acqua piovana verso il centro dell’ambiente, bensì verso i muri perimetrali. “Testudinatum”, (protetto da un coperchio (testu), come testuggine), è chiamato un atrio senza compluvium, totalmente coperto da un tetto che oggi chiamiamo “a padiglione”. Questa potrebbe essere stata la più antica forma del tetto sopra una casa.

Un tetto “displuviato”, cioè a padiglione, ma con apertura rettangolare al centro, lo conosciamo dalla cosiddetta Tomba della Mercareccia (4) di Tarquinia e da un’urna a forma di casa proveniente da Chiusi (5). Entrambi gli esempi risalgono a non oltre il IV secolo a.C.

Il termine “cavaedium tuscanium” rimase riservato alla tipologia piuttosto arcaica dell’atrium in omaggio all’eredità trasmessa dagli etruschi. Plinio il Giovane racconta che nella sua villa presso Ostia c’era un atrio semplice ma elegante (atrium frugi nec tamen sordidum) (6), mentre, l’atrio che egli aveva fatto costruire a Tifernum Tiberinum (Città di Castello) era di tipo antico (atrium ex more veterum) (7).

Un atrium era un ambiente molto alto; la sua altezza variava tra i cinque e i sei metri, ma proprio a causa della sua altezza, il sole non poteva mai raggiungere il pavimento.

La casa ad atrio e peristilio

Nel II secolo a.C., la vecchia domus non corrispondeva più ai nuovi gusti che, invece, si orientavano sempre di più ai modelli ellenisti. Le case furono pertanto ampliate e rese più comode, in particolare, tramite l’ampliamento dell’orto posteriore che diventa un elegante giardino (peristylum), circondato su tre lati da un porticato sul quale si affacciavano molti ambienti di vario uso: altri triclini, dove si mangiava nella buona stagione, la cucina, il bagno e altre stanze. Sotto il porticato si stava al riparo dal vento, dalla pioggia e, in estate, anche dal sole. Tra le colonne si potevano stendere delle tende che conferivano ulteriore ombra. Scostate le tende, al pomeriggio, il sole poteva penetrare in profondità e illuminare i triclini fino a sera.

 
Sezione di una casa a “peristilio”

Alcune delle case più ricche e sontuose avevano persino due giardini, disposti l’uno presso l’altro, ma di solito si aggiungevano altre stanze costruendo un piano superiore. Queste stanze potevano anche avere delle finestre ed erano perciò meglio illuminate.

Casa romana a “peristilio”.
1 Fauces. 2 Atrium. 5 Peristilio. 6 Essedra. a Impluvio., b Alae. c Impluvio. d Tablinio. e Cubicula. f piscina. g Triclinia. h, k Dispense. j Passaggio (da E.Brödner: Wohnen in der Antike)

Naturalmente, case così grandi se lo potevano permettere solo le famiglie più agiate, i miliardari di allora, e questo poteva essere realizzato solo laddove c’era sufficiente terreno a disposizione, come, ad esempio a Pompei, dove si sono trovate persino case con due grandi peristili, ma anche a Roma esistevano. Secondo le statistiche, i Regionari, del IV secolo d.C.  Roma si contavano 1797 domus di varia dimensione: grandi, medi e piccoli.    

 
Pompei. Casa dei Vettii – Peristilio (foto: K.Helphand)

Le stanze di una domus non avevano né caminetti, né stufe; per riscaldarsi si usavano i bracieri. Gli unici ambienti riscaldabili erano le cucine e i bagni. Questi locali erano di solito adiacenti, così l’acqua calda preparata in cucina non si doveva trasportarla lontano. I primi bagni apparvero nelle case private della Campania, normalmente sotto forma di un locale usato come sauna per sudare. Più tardi comparvero bagni e locali con un pavimento rialzato e riscaldato da sotto, sistema detto ad ipocausto. In Italia, tale sistema fu utilizzato soprattutto nei grandi bagni pubblici (thermae), ma nelle province più fredde, come Gallia, Germania e Britannia, questo genere di riscaldamento era molto più diffuso perché, in quelle regioni, dove il terreno è di solito intriso di umidità, le case costruite con pietre o con mattoni rimanevano molto umide e rappresentavano dunque una fonte di malattie reumatiche. 

Note

(1) Vitruvio, de arch., III, 3, 5 e IV, 7, 1.5.
(2) Varrone, res rusticae. I, 44,
(3) Vitruvio, de arch. VI, 3, 3
(4) Saglio, E., op. cit., fig. 1274 (Heurgon, p. 218
(5) Saglio, E., op. cit., fig. 1275 (Heurgon, p. 219)
(6) Plin min., Ep. II, 17, 4
(7) Plin min., Ep. V, 6, 15

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