giovedì 26 settembre 2013

I primi insediamenti umani stabili

I primi insediamenti umani stabili che conosciamo oggi risalgono a circa 12.000 anni fa e si trovano in Anatolia. Essi sono nati quando i popoli di questa regione cominciavano a coltivare piante commestibili e ad allevare bestiame di piccola e grande taglia. L’agricoltura e l’allevamento hanno sostituito, gradualmente, la caccia e la raccolta di frutti selvatici, attività che sono però rimasti ancora per molto tempo un’importante fonte di sostentamento. Questa nuova economia ha portato alla sedentarietà, alla costruzione di villaggi stabili e di dimore più solide, ma già prima i popoli dell’Anatolia avevano costruito dei santuari in pietra come sono rinvenuti a Göbekli Tepe e a Nevalı Çori che risalgono all’undicesimo millennio a.C.
Il clima in Anatolia è del tipo continentale: le estati sono calde e secche, gli inverni freddi e nevosi. Nella parte orientale le temperature possono scendere a meno30 gradi centigradi e più.
Çatal Hüyük 
Uno degli insediamenti neolitici più antichi del mondo è quello di Çatal Hüyük  nell’Anatolia sudorientale. Il sito si trova sull’ampio piano alluvionale del fiume Çarşamba. Quindi l’acqua scorreva in abbondanza, all’epoca un fattore molto importante nella pianura Konya che nel  neolitico era poca piovosa. Per questo motivo, la zona offriva una vasta gamma di frutti commestibili e di cacciagione e, presumibilmente questa situazione ha favorito l’impianto di un insediamento di insolito dimensione.  
Çatal Hüyük fu scoperto negli anni cinquanta dall’archeologo britannico James Mellaart (1) che esegui degli scavi tra il 1961 e il 1965 mettendo in luce i resti di più di 160 case. Nel 1993 le ricerche sono state riprese nell’ambito di un progetto internazionale sotto la guida di Ian Hodder dell’Università di Cambridge e della Stanford University (2). Altri scavi furono eseguiti da un gruppo di archeologi dell’Università di Poznan in Polonia. All’epoca di Mellaart si pensava di aver trovato l’insediamento stabile più antico del mondo, ma nel frattempo sono rinvenuto le vestigia di insediamenti rurali ancora più antichi. Çatal Hüyük è però rimasto famoso per motivo delle sue opere artistiche ritrovate nelle case. Si tratta dei dipinti murali e di bassorilievi raffiguranti animali e corpi femminili.
 
 
Il villaggio di Çatal Hüyük visto dall’alto
 
La storia di Çatal Hüyük (çatal = forca; hüyük = colle) comincia in un’epoca in cui la ceramica non esisteva ancora. Stando alle analisi di carbonio-14, l’insediamento di Çatal Hüyük era abitato tra circa il 7400 fino il 6200 a.C., epoca tra il neolitico e il calcolitico (età del rame). Il luogo è ben irrigato dal fiume Çarşamba e la natura offriva in quell’epoca abbondantemente selvaggina e frutta da raccogliere. Le ottime condizioni portarono ovviamente la gente della zona a impiantare un insediamento che, per l’epoca, aveva una dimensione straordinaria.
L’insediamento si trovava su due colline ed era composto da un fitto insieme di case a pianta rettangolare costruite con terra cruda battuta e mattoni d’argilla. Differenze di livello del terreno e dell’altezza dei vani consentivano l’illuminazione e la ventilazione. Non esistevano vie e passaggi tra le singole case.
 
 
Ricostruzione dell’interno di una casa di Çatal Hüyük
 
Le case avevano tetti piani dai quali si accedeva alle abitazioni tramite delle scalette. La scaletta si trovava spesso sulla parete sud. Sulla stessa parete si trovava anche il focolare. Così il fumo poteva uscire dalla stessa apertura che serviva anche da ingresso. I molteplici strati di pittura sulle pareti fanno pensare che le abitazioni dovevano essere lo stesso annerite da fumi e fuliggine. La ricostruzione di un’abitazione ha dimostrato che la luce che penetrava dall’apertura d’ingresso nel tetto era sufficiente per illuminare l’interno durante il giorno, specialmente quando le pareti erano ben imbiancate e in parte abbellite con delle raffigurazioni di vario genere. Uno di questi dipinti è stato interpretato da Mellaart come “pianta della città”, ma questa interpretazione è assai incerta.
I pavimenti erano stesi su differenti livelli, alcune aree rialzate erano coperte da stuoie di giunco e servivano per dormire. Sul lato nord delle case si trovava spesso un piccolo locale separato che serviva da dispensa. Una buona porzione della vita quotidiana si svolgeva all’esterno e sui tetti.
 
 
La presunta piantina del villaggio di Çatal Hüyük
 
Sono stati ritrovati nell’Anatolia centrale altri insediamenti di questo tipo, per esempio a Aşıklı e Can Hasan. Le ricerche hanno dimostrato che tra le singoli gruppi di case, chiamati ”cluster”, esistevano anche delle aree libere. Si stima che il villaggio di Çatal Hüyük era abitato da non più di 2500 persone. La compattezza dei gruppi di case e lo scarico dei rifiuti sulle aree libere ha comportato sicuramente a precarie condizioni igieniche.
Per motivo della sua età, della sua dimensione, dell’architettura e dei dipinti murali, Çatal Höyük è diventata famoso in tutto il mondo ed è considerato una pietra miliare dell’archeologia preistorica, ma chiamare questo villaggio “la prima città dell’umanità”, come si legge spesso, è piuttosto esagerato.
Indubbiamente l’obiettivo degli costruttori di Çatal Höyük non era quello di far entrare nelle case molta luce e sole. Si può presumere che sia stato piuttosto il bisogno di sicurezza uno dei principali criteri che ha portato alla struttura architettonica che oggi conosciamo grazie agli scavi archeologici. Un altro fattore potrebbe essere stato il clima, ma i dati che riguardano questa epoca sono troppo scarsi per collegare la struttura architettonica di Çatal Hüyük a fattori climatici. 
 
I pueblo di Mesa Verde
 
Quasi alla stessa latitudine di Çatal Hüyük (L 38° N), ma in un altro continente, e ottomila anni più tardi, si sviluppano nella parte sudoccidentale del Colorado i villaggi Pueblo di Mesa Verde. Mesa Verde è un parco nazionale che si estende da quota 1860 a oltre i 2500 metri di altitudine. Il clima è quindi di carattere alpino. Mesa è una voce spagnola che significa “tavolo” e, infatti, Mesa Verde è una “montagna tavolo” (table mountain), ciò che si chiama “giara” in Sardegna. Mesa Verde si innalza per 600 metri sull’Altopiano del Colorado sudoccidentale. Le sue pareti sono lisce, piuttosto ripide e frastagliate, tuttavia sono coperte da una fitta vegetazione. Gli inverni sono straordinariamente miti, ma fino a maggio, e ancora prima di ottobre, possono verificarsi delle improvvise nevicate. Tra giugno e settembre le temperature sono elevate, in luglio e in agosto si scatenano spesso dei violenti temporali serali.
Mesa Verde era già abitata nel VI secolo da gruppi appartenenti al popolo degli Anasazi che dimoravano in case interrate (pit houses) e fanno parte della civiltà di “basketmaker”, cioè dei fabbricatori di cesti. Nell’VIII secolo d.C. questa popolazione, originariamente cacciatori e raccoglitori, si trasformò in una società di agricoltori e divenne sedentario. Gli Anasazi si cimentarono anche nella costruzione di complessi sistemi di irrigazione per condurre acqua ai loro campi dove coltivavano mais, fagioli e peperoni.
 
 
Pueblo Hopi in Arizona (fotografia del 1879)
 
Non molto più di 800 anni fa, questo popolo nordamericano, di cui fanno parte gli Hopi, gli Acoma, i Tano e gli Zuñi, cominciò a costruire villaggi con edifici fatti d’argilla e di pietra. Questi villaggi portano il nome spagnolo “pueblos”, voce che significa “villaggio” e dalla quale prende nome la relativa cultura. Molti di questi villaggi sono inserite nelle pareti rocciose della montagna e sono pertanto chiamati in inglese cliff dwellings, abitazioni rupestri.
Conversi all’agricoltura e diventati sedentari questi popoli svilupparono la loro abilità artigianali, da cestai si trasformarono in bravi ceramisti. E anche le loro tecniche edilizie progredirono. Le dimore ricevettero pareti verticali, prima costruite con tronchi d’albero e rivestite con argilla, più tardi con pietre. Probabilmente è stata la crescita demografica che portò all’ampliamento delle strutture edilizie e alla formazione di villaggi di elevata dimensione. Un pueblo può avere fino a cinque piani e più di cento stanze. Un esempio è il Pueblo Bonito nel Canyon Chaco che contra circa 800 stanze e più di 30 kiva, ambienti cerimoniali. I piani in alto erano raggiungibili dall’esterno solo mediante delle scalette.  
Il più famoso cliff dwelling è il cosiddetto Cliff Palace, il Palazzo rupestre, che si erge sotto un’enorme cavità rocciosa di Mesa Verde che si apre a Ovest. E’ il più imponente degli 800 villaggi di questo tipo a Mesa Verde e fu scoperto nel 1892 da Richard Wetherhill. Il villaggio conta più di 200 stanze e 23 kiva, ambienti rotondi semi-interrati in cui si tenevano le riunioni e si svolgevano certe cerimonie religiose. Uno dei kiva era posto al centro dell’abitato, da dove partivano dei muri senza porte o altre aperture. Le pareti di questo kiva erano intonacate e dipinte con un colore su un lato e con un altro colore su quello opposto. Gli archeologi suppongono pertanto che nel villaggio abitavano due diverse comunità.
 
 
Stando ai dati dendrocronologici, il Cliff Palace venne abitato senza interruzione all’incirca dal 1190 al 1260 d.C. e abbandonato verso il 1300, probabilmente a causa di una crisi idrica o di repentini cambiamenti climatici.
 
 
Cliff Palace - Mesa Verde (Colorado). Scoperto nel 1892 da Richard Wetherhill. Le case erano normalmente accessibili attraverso un’apertura nel tetto. (Foto: Dorothea S. Michelmann)
 
Le case non avevano porte d’ingresso ed erano accessibili solo attraverso un’apertura nel tetto, così come quelli di Çatal Hüyük. L’ubicazione del villaggio in un sito di non facile accessibilità fa pensare che i suoi costruttori avevano un marcato bisogno di difendersi. Non solo l’intero villaggio, ma anche ogni singola casa era una piccola fortezza. I pueblos ancora oggi abitati mostrano ancora la tipica architettura, ma non hanno più il carattere di fortezze inespugnabili come quelli antichi.
Note
(1) Mellaart, James: Catal Huyuk: A Neolithic Town in Anatolia. McGraw-Hill, (1967).
(2)
On the Surface: Çatalhöyük 1993–95, edited by Ian Hodder. Cambridge: McDonald Institute for Archaeological Research and British Institute of Archaeology at Ankara, 1996
 




 

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