giovedì 26 settembre 2013

Le dimore dei nomadi


Prima del’età neolitica l’uomo viveva dalla raccolta e dalla caccia. Si nutriva dei vegetali commestibili che crescevano selvaticamente e delle carni degli animali abbattuti. I suoi utensili e armi erano fatti di legno, ossa e pietra. Non conosceva ancora la ceramica; i  suoi recipienti erano cesti, sacchi di pelle e zucche. Le popolazioni di quella remota epoca erano nomadi e non abitavano in villaggi stabili. Loro si spostavano secondo le stagioni dell’anno e seguivano gli animali da preda nelle loro migrazioni.

Popoli nomadi esistono ancora oggi. Normalmente si tratta di gente che alleva bestiame, vive della pastorizia e si sposta nel corso dell’anno da un pascolo all’altro per far mangiare alle mandrie e greggi. Per quanto riguarda le dimore di questi popoli, dal punto di vista “climatico” sono molto interessanti quelle degli indiani dell’America settentrionale e dei mongoli.

La tenda degli indiani nordamericani

Dei popoli indigeni dell’America settentrionale solo alcuni sono stati fino all’Ottocento dei nomadi o seminomadi, tra cui gli indiani delle grandi pianure - i Sioux, gli Cheyenne, gli Arapaho, gli Shoshoni e i loro parenti i Comanche. Q  qUESRE  Queste tribù praticavano la caccia ai bisonti seguendo le allora immense mandrie nelle loro migrazioni. Queste genti abitavano in villaggi temporanei composti da tende trasportabili, i cosiddetti teepee, resi famosi da molti film Western. La parola teepee significa semplicemente “dimora”.

Il teepee è una tenda di forma conica ed è costituita da uno scheletro di sottili e flessibili pali di legno coperti da un telo semicircolare che ricopre tutto. In antichità, il telo di copertura era fatto di pelle di bisonte o di corteccia di betulla ma, oggi, dopo che i bisonti sono stati decimati e gli indiani abitano in riserve, si usano stoffe impermeabili. Un teepee ha una pianta quasi circolare e un diametro che può variare da tre a sette metri. Al centro della tenda c’è il focolare, il resto del pavimento è coperto da stuoie o pelli.

 
Teepee degli Shoshoni (verso la fine dell’Ottocento)
 
 
Sul davanti del teepee, sopra l’ingresso, c’è un’apertura chiudibile con due pezzi di telo collegati a due assi tramite le quali si può regolare la ventilazione e l’uscita del fumo secondo la direzione dalla quale spira il vento. Poiché il telo che ricopre la tenda non arriva totalmente fino al suolo, ma termina a circa dieci centimetri da esso, si genera per “effetto camino” una corrente e il fumo, risucchiato verso l’alto, fuoriesce in cima alla convergenza dei pali. Il telo è ancorato a terra con paletti che consentono di tenerlo fisso, in modo che, anche in caso di forte vento, la costruzione non voli via.

All’interno dei teepee c’è un telo di rivestimento che parte dal suolo e arriva fino a un’altezza di un metro e mezzo. Questo telo è legato ai pali dello scheletro e chiude lo spazio tra il telo di copertura esterna e la terra. Esso ha la funzione di paravento, tiene la tenda più calda e fa bruciare il fuoco in maniera regolare evitando che la cenere si sollevi. Inoltre impedisce che dall’esterno si possano vedere le ombre delle persone che stanno seduti all’interno.

Il teepee offre ai suoi abitanti un ambiente tiepido e confortevole anche durante gli inverni più rigidi, è impermeabile, resiste alle piogge più violenti e tiene fresco anche al culmine delle calure estive. E’ smontabile, trasportabile e rapidamente rimontabile – una tipica costruzione adatta alla vita nomade.

Nel passato in un teepee viveva un’intera famiglia intera, composta da sei o sette persone. Oggi queste tende sono prevalentemente usate in occasioni speciali come i consigli tribali, i cosiddetti powwow, e nelle grandi festività per alloggiarvi gli ospiti.

Oltre il teepee, gli indiani nomadi dell’America settentrionale conoscevano anche altri tipi di dimore, tra cui il “wigwam”, una piccola capanna costruita ad hoc con rami di albero ricurve legate tra loro in alto coperto con frasche e fogliame. – Il wigwam era in uso tra gli indiani delle regioni boscose del America settentrionale quando andavano a caccia, quindi era una dimora provvisoria destinata a soggiorni brevi. Nella lingua degli indiani Agolchin anche la parola wigwam significa “dimora”.

L’igloo degli Inuit

Gli Inuit sono il popolo nativo americano più settentrionale, che vive non solo in Canada nordorientale, ma anche in Groenlandia. Si tratta della popolazione più numerosa tra popoli artici. La gente li chiama comunemente “eschimesi”, ma gli Inuit, ritengono che la parola “eschimo” sia un epiteto dispregiativo derivante dalla parola anishinabe ashkipok = “mangiatori di carne cruda”. Oggi questa etimologia popolare è ormai superata e si riconduce la parola “eschimo” alla voce Cree aayaskimeew = “produttori di racchette da neve”, quindi a un’attività più onorevole.

Fino alla metà del XX secolo, gli Inuit erano cacciatori; la loro principale fonte di sostentamento era la caccia ai mammiferi marini (foche e trichechi), ma, a seconda la stagione, si trasformavano anche in pescatori e raccoglitori. Quest’attività comportava una vita da nomadi, ma se in una zona c’erano sufficienti animali da cacciare, gli Inuit impiantavano anche insediamenti stabili. I gruppi di famiglie vivevano in accampamenti – durante l’inverno in qarmaq, dimore costruite, secondo il materiale a disposizione - pietre, zolle erbose, frasche, legname trasportato dalle correnti del mare e ossa di balena – e sigillate con neve.

 
Igloo
I famosi igloo, le case di neve, che regolarmente appaiono nelle parole crociate definiti come “le case degli eschimesi”, erano invece dimore temporanee che si costruivano soltanto durante gli spostamenti di caccia, quando era imminente una tempesta di neve. In estate, i cacciatori abitavano in tende costruite con ossa di balena e pelli.

 
Interno di un igloo

La parola igloo significa semplicemente “dimora” e indica non solo la casa di neve, ma anche la tenda o la capanna. Già da oltre mezzo secolo, nessun Inuit abita più in un igloo. Essi vivono oggi in normalissime case e, durante i soggiorni in campagna, in capanne, nei cosiddetti “cabins”, Tuttavia, in alcune scuole, la costruzione di igloo è ancora oggi materia di insegnamento perché potrebbe tornare utile durante qualche escursione, anzi, in alcuni villaggi turistici si può persino fare l’esperienza di pernottare all’interno di un igloo.

Dal punto di vista climatico, un igloo può persino offrire condizioni confortevoli a un abitante dell’Artide, perché la neve è un buon materiale termoisolante. Le temperature interne si aggirano intorno a zero gradi centigradi e, nel punto più alto, dove si dorme, si possono raggiungere persino temperature sopra lo zero. La differenza tra temperatura interna e quella esterna può raggiungere anche i 50 gradi centigradi; per esempio, a una temperatura esterna di -46°C, sulla parte rialzata su cui si dorme, è possibile anche una temperatura di +4°C. Temperature più altre comporterebbero lo scioglimento della neve e questo renderebbe l’ambiente interno invivibile perché troppo umido.

La yurta dei mongoli

Un altro tipo di dimora trasportabile molto particolare lo incontriamo in Mongolia, un paese prevalentemente montuoso in cui un terzo del territorio è caratterizzato da alte montagne. A Sud e a Est dominano altopiani con steppe aride e il deserto del Gobi. Tra i climi continentali, quello della Mongolia è uno dei più estremi. Nel corso dell’anno, le temperature medie variano tra -25°C in inverno e + 20°C in estate. Le variazioni sono quindi tre volte maggiori di quelle dell’Europa occidentale. Le precipitazioni medie variano tra 400 mm al Nord del paese e 100 mm al Sud, nel deserto del Gobi. L’80 - 90 per cento delle precipitazioni avviene tra maggio e settembre. 

A causa del clima così inospitale, fino a un secolo e mezzo fa, la regione era abitata quasi esclusivamente da allevatori nomadi, in maggior parte mongoli. Dopo la Groenlandia, la Mongolia è il paese con la minore densità di popolazione.

 
Yurte mongole del tipo antico (XIX secolo) 

La abitazione tradizionale dei pastori nomadi mongoli era ed è ancora oggi la yurta, una costruzione circolare, leggera e trasportabile. Le pareti e il tetto di una yurta sono costituiti da uno scheletro di legno, in alcune tipologie retto anche da due pali centrali, coperto con tappeti e con feltri. Nella parete è inserita una porta di legno. Tutta la costruzione può essere smontata, o montata, in meno di un’ora e caricata su due cammelli o su un moderno fuoristrada.

 
Due yurte moderne

L’involucro di una yurta è costituito da diversi strati. Nella parte più interna si trova un telo di cottone, segue poi uno strato termoisolante di feltro di lana che, in antichità, era anche lo strato idrorepellente, mentre oggi si usa di solito un telo impermeabile di fibre artificiali. Al centro della costruzione, nella parte più alta, c’è una’apertura dalla quale esce il fumo del focolare.

La yurta riflette l’ordine sociale e spirituale dei suoi abitanti. In quest’abitazione, ogni membro della famiglia ha il suo preciso posto. La suddivisione dello spazio e l’arredo sono altamente razionalizzati perché altrimenti non sarebbe possibile cucinare, lavorare e dormire in un unico ambiente esposto a condizioni climatiche così estreme.

 
Una yurta moderna

Ancora oggi, le yurte hanno grande rilevanza come abitazione, non solo presso i nomadi, ma anche per una parte della popolazione urbana che, per un certo periodo dell’anno, preferisce abitare in queste costruzioni poiché in inverno, a quelle latitudini, sono più calde rispetto alle case moderne.
 
 
Interno di una yurta moderna
 

Nessun commento:

Posta un commento