domenica 29 settembre 2013

Clima mediterraneo - Roma antica - I bagni pubblici


Bagni privati


In epoca greca e romana, fare un bagno sia in acqua fredda o calda e anche sudare come in una sauna, era di uso comune. Bagni esistevano già nelle case della Mesopotamia del III millennio a.C. e questa comodità si diffuse, nel corso dei secoli, attraverso Cipro e Creta fino in Grecia e in Italia. Nel sacro complesso di Olimpia in Grecia (IV secolo a.C.) c’era un bagno abbinato a una palestra (1).

Il bagno è stato importato nella cultura romana dal mondo greco. La parola latina balineum o balneum è la traduzione di balaneion, introdotta nel III secolo a.C. I primi bagni nelle case dei romani erano rari, semplici e bui; non avevano grandi finestre vetrate. In una lettera all’amico Lucilio, Seneca (ca. 4–65 d.C.) descrive il bagno nella villa rustica di Scipione con le seguenti parole (2):

“Ho visitato la modesta villa del grande Scipione (l’Africano), in cui si trova un bagno molto stretto e buio così come erano i bagni dei nostri antenati; solo perché ciò che era buio a loro sembrava di poterlo riscaldare …….. In quel bagno di Scipione si trovano nel muro delle piccolissime finestre, meglio chiamate feritoie, affinché queste fanno penetrare un po’ di luce senza diminuire la robustezza della muratura. Ora sono invece chiamate “tane di loschi parassiti” tutti i bagni che non sono dotati di grandi finestre che captano la piena luce del giorno, in cui non si viene abbronzati dal sole e da cui non c’è vista sul paesaggio o sul mare”…….

In epoca repubblicana, nelle case dei benestanti romani, era molto in voga il laconicum, una specie di sauna, un locale molto caldo, dove si poteva sudare a piacere, normalmente abbinato a un locale con una vasca d’acqua fredda (frigidarium). Nelle case, il bagno trovava normalmente posto in un luogo ben soleggiato e caldo, spesso accanto alla cucina (culina), dove veniva preparata l’acqua calda che serviva anche per altri usi domestici. Il fuoco lo si accendeva in una camera di combustione (praefurnium) situata sotto il laconicum, accessibile dalla cucina o dal cortile.

Con la crescente prosperità economica di Roma, anche le case dei benestanti potevano concedersi bagni più dispendiosi; si trattava solitamente di strutture complesse composte di uno spogliatoio (apoditerium) e tre vasche: una con acqua fredda (frigidarium), un’altra con acqua tiepida (tepidarium) e la terza con acqua calda (calidarium). Le ville più grandi e lussuose, come, per esempio, quella di Piazza Armerina, avevano abbinata ai bagni persino una palestra. Alcuni bagni erano finemente decorati con affreschi, come la casa con criptoportico a Pompei, il bagno della villa di Bosco Reale e quello della villa di Poppea a Oplontis (Torre Annunziata)

Tra i lussuosi bagni ritrovati nelle province dell’Impero Romano, sono degni di menzione quelli del palazzo del legato romano ad Aquincum (oggi Budapest) in Pannonia, e quelli del palazzo di Fishbourne vicino a Chester in Inghilterra.

Due bagni privati sono stati descritti dagli scrittori romani Marco Valerio Marziale (3) (ca. 40-102 d.C.) e Gaio Sollio Sidonio Apollinare (4) (seconda metà del V secolo).

Bagni pubblici
 
Gli impianti termici dei bagni erano molto complessi, pertanto, i bagni nelle case private erano piuttosto un’eccezione. Molto numerosi erano invece quelli pubblici. Nelle città romane, i bagni pubblici erano ritenuti indispensabili almeno sin dal I secolo a.C. Già nel 33 a.C. a Roma, sotto l’edilità di Agrippa, esistevano non meno di 170 terme utilizzabili gratuitamente da tutta la popolazione. I cataloghi regionari della città di Roma dell’epoca di Augusto (63 a.C.-14. d.C) enumerano ben 856 “balnea”(5). Questi bagni erano necessari considerata l’elevato numero degli abitanti della capitale e della strettezza e della sporcizia in cui essi vivevano.

E, stando a quanto afferma Plinio il Giovane (6), erano numerosi anche nelle piccole città di provincia. I primi bagni pubblici in Italia di cui abbiamo notizia sono sorti nelle città della Campania. A Capua, queste comodità esistevano già dalla fine del III secolo a.C. (7), a Teano, all’epoca dei Gracchi, c’erano bagni per uomini e per donne, e, a Pompei, anche le Terme Stabiane e quelle del foro risalgono all’epoca repubblicana (8).

 
Pompei – Terme Stabiane
 
 
In mancanza di vetri per finestre, i primi bagni pubblici erano ambienti piuttosto bui dotati di aperture di piccole dimensioni, piuttosto feritoie come dice Seneca, che servivano soprattutto alla regolazione della ventilazione, ma questi locali avevano muri molto spessi che mantenevano a lungo il calore. La situazione cambiò a seguito dell’invenzione del vetro piano nel I secolo a.C. che consentì la costruzione di ampie finestre e lo sfruttamento della luce solare.

Le terme più grandiose, più imponenti e più famose erano indubbiamente quelle di Roma costruite in età imperiale. Questi grandi complessi soddisfacevano non solo le esigenze termali con calidarium, tepidarium, frigidarium, natatio e apoditerium, ma comprendevano anche delle biblioteche e mostre d’arte; inoltre offrivano servizi di ogni genere: massaggio, sauna, fitness e cure di estetica.  Soprattutto erano grandi centri di svago e di divertimento, dove s’incontravano tutte le classi della popolazione.

Il prezzo d’ingresso era modesto, ma tutti i servizi extra si dovevano pagare a parte. La gente si recava nei bagni dopo mezzogiorno, ossia dopo il lavoro quotidiano (i romani non lavoravano otto ore al giorno come noi facciamo oggi). Tutto il complesso balneare, inclusi i suoi giardini, era racchiuso in un recinto rettangolare che assumeva  talvolta dimensioni gigantesche. L’area delle Terme di Diocleziano misurava 356 x 316 metri. L’odierna Piazza della Repubblica, in alto a Via Nazionale, era l’esedra dell’ampia area verde che circondava gli edifici di queste terme.

La prima delle grandi terme di Roma è stata quella di Agrippa, inaugurata nel 12 a.C., situata nel Campo Marzio e alimentata dall’Acqua Vergine. Seguivano poi le terme di Nerone (62 d.C.) sempre in Campo Marzio, di Tito sulle pendici dell’Esquilino, di Traiano sulle falde del monte Oppio (erette tra il 104 e il 109 d.C.), di Caracalla (costruite tra il 212 e il 217 d.C.), di Diocleziano (costruite tra il 298 e il 306 d.C) e di Costantino (intorno al 315 d.C.) sul colle del Quirinale.

 
Roma - Terme di Traiano

A Roma, gli spazi per gli immensi complessi delle terme con le loro ampie aree verdi dovevano essere ricavati da un tessuto urbanistico già edificato. Questo comportava l’acquisto e la demolizione di molti edifici residenziali. Già l’acquisto dei terreni necessari costava un patrimonio intero. Le Terme di Traiano situate sulle falde del Monte Oppio furono pagate con il bottino della guerra che sottomise i Daci.

 
Roma - Terme di Diocleziano


Ma perché a Roma si necessitava di tanti bagni pubblici così grandiosi? Bisogna immaginare che all’epoca di Traiano (53-117 d.C.), Roma aveva una popolazione stimata in oltre un milione di abitanti. Era la più grande città del mondo. Circa il 90 per cento della sua popolazione viveva in alloggi d’affitto concentrati in grandi caseggiati. Questi alloggi erano senza bagno e servizi igienici; le condizioni abitative erano misere e talvolta precarie. I bagni pubblici erano pertanto importantissimi per garantire alla popolazione della metropoli un minimo di igiene. Nelle grandi terme si aveva luce, si poteva respirare, fare il bagno, esercitare qualche sport, divertirsi e persino studiare.

 
Roma - Terme di Caracalla

I grandi complessi balneari erano però anche insaziabili divoratori d’acqua e di legna da ardere. Occorrevano immense quantità d’acqua calda, e questa era prodotta in grandi caldaie di bronzo, dette testudines, forse per la loro forma che ricordava una tartaruga. Vitruvio descrive un sistema a tre serbatoi: uno per l’acqua calda, uno per l’acqua tiepida e un terzo per quella fredda, tutte schierati in fila. L’acqua fredda si riversava nel serbatoio dell’acqua tiepida e questa in quello dell’acqua calda. Le caldaie erano collocate nel piano seminterrato dell’edificio e il fuoco bruciava in una camera di combustione, il cosiddetto praefurnium, accessibile dall’esterno. I fumi, dopo aver riscaldato le caldaie, passavano sotto il pavimento rialzato delle sale, entravano nelle canne fumarie (tuboli) inserite nella muratura delle pareti e fuoriuscivano poi da sopra il tetto. Disponendo i “tubuli” a breve distanza l’uno dall’altro, si otteneva un sistema di riscaldamento a parete. Questo sistema era detto ad hypocaustum o hypokausis, nome greco che significa, appunto, “riscaldato da sotto”.


Pavimento riscaldato da sotto
 

L'invenzione di questo sistema di riscaldamento è generalmente attribuita a Caio Sergio Orata (circa 80 a.C.), un commerciante della Campania che costruiva bagni ad ipocausto nelle grandi ville e impiegava le balneae pensilis nei suoi allevamenti di pesci e di ostriche. Gli studi archeologici più recenti hanno però potuto dimostrare che il sistema di riscaldamento a pavimento era già conosciuto da diverso tempo prima (Olympia (9), Gortys (10), Megara Hyblea (11)).

Il funzionamento del sistema richiedeva un tiraggio lento e continuo che dipendeva dalla formazione e dal dimensionamento delle singole parti, dalla qualità del materiale combustibile e dalla regolazione del flusso d'aria. Un fattore importante era una leggera inclinazione dei canali sotto il pavimento dalla camera di combustione verso le canne in cui i fumi salivano e uscivano sopra il tetto.

Per meglio sfruttare il calore prodotto nell’impianto di riscaldamento, i bagni caldi per le donne e quelli per gli uomini vennero concentrati nella medesima zona e allineati in modo tale che l’aria calda passasse direttamente sotto il pavimento di ambedue le strutture. Da Vitruvio leggiamo al riguardo (12):

“E inoltre si deve fare attenzione che i calidari per le donne e per gli uomini siano attigui e collocati nelle medesime zone. Poiché in tal modo si otterrà che nelle caldaie anche il calorifero sotterraneo sia comune all’uno e all’altro degli ambienti”.

Questo sistema di riscaldamento aveva un rendimento straordinario, spesso superiore al 90 per cento, ovvero maggiore di quello di molti impianti odierni. Esperimenti fatti con impianti ricostruiti hanno dimostrato che, nel caso di temperature al praefurnium di 400-600°C, quella dei fumi al fumaiolo era scesa a soli 40°C (13). Bisogna però considerare che non tutti gli ambienti delle terme erano riscaldati. Il riscaldamento era limitato ai calidari e ai tepidari.

Nonostante l’ingegnosità del sistema di riscaldamento, le terme consumavano enormi quantità di legna (i Romani non conoscevano ancora il carbone fossile). Nei forni la legna bruciava senza sosta, giorno dopo giorno, anno dopo anno - per secoli.

In considerazione dell’immenso consumo, risparmiare calore e acqua calda divenne dunque imperativo. Vitruvio allora consiglia lo sfruttamento passivo del calore del sole (14):

“Innanzi tutto, bisogna scegliere un sito che sia il più caldo possibile, non esposto né al settentrione né ad aquilone. I calidari e i tepidari debbono ricevere luce dall’occidente invernale e qualora la natura del luogo lo impedisse, dal mezzogiorno, poiché il tempo del bagno è soprattutto compreso fra mezzogiorno e il tramonto”.

 Le terme dovevano quindi sorgere in luoghi soleggiati ed essere orientate verso sud-ovest (occidente invernale) e, se questo non era possibile, verso sud. L’orientamento verso Sud-Ovest consigliato da Vitruvio si spiega facilmente con l’orario dell’apertura dei bagni. In epoca romana si frequentavano i bagni al primo pomeriggio, a partire da mezzogiorno. Orientando le grandi aule dei bagni caldi (calidari) e tiepidi (tepidari) verso Sud-Ovest, queste ricevevano Sole, proprio quando la gente cominciava ad affluire, cioè dopo mezzogiorno. Ed è proprio questo l’orientamento che troviamo in quasi tutte le grandi terme di Roma.

Il buon soleggiamento dei bagni caldi e tiepidi era garantito da ampi spazi verdi, giardini e campi sportivi, disposti davanti a queste grandi sale. Lo sfruttamento del sole era diventato possibile grazie all’invenzione del vetro piano nel I secolo a.C. Cosi le grandi aule delle terme potevano ricevere ampie finestre. Secondo la testimonianza di Seneca (ca. 1-65 d. C.), queste vetrate furono introdotte nella costruzione delle terme già alla sua epoca, ovvero nella metà del I secolo d.C.(15). Sono anche da menzionare le marcate strombature dei muri in corrispondenza delle finestre che facevano penetrare all’interno più luce e quindi anche più calore.

Il sole era quindi un’utilissima fonte ausiliare di calore che contribuiva a risparmiare legna. Il fabbisogno di combustibile era enorme e si pensa che vaste aree boschive nei dintorni delle città romane siano state rase al suolo, abbattendo ogni albero, per reperire la legna necessaria per il riscaldamento dei bagni. Sta di fatto che ci sono indizi chiari per ritenere che nella tarda antichità imperasse una grave penuria di legna da ardere, tanto è vero che,  a partire dal IV secolo d.C. si cominciò ad importare legna da ardere persino dall’Africa (16).

Le grandi terme avevano inoltre spessi muri costruiti in laterizio che mantenevano il calore all’interno, ma anche l’immensa produzione del necessario laterizio cotto richiedeva il consumo di enormi quantità di legna che, ovviamente, non poteva essere sostituta con l’energia solare. Solo l’utilizzo del laterizio cotto permetteva la costruzione di grandi edifici voltati quali erano le terme d’epoca imperiale. Con questo materiale si costruiva una muratura solida e resistente, il cosiddetto opus caementitium. Lo spazio tra due paramenti esterni costruiti in laterizio era riempito con una specie di calcestruzzo e, man mano che la muratura cresceva, si utilizzavano calcestruzzi sempre più leggeri riducendo così il peso. Questi muri possedevano anche eccellenti caratteristiche termiche; accumulavano il calore prodotto all’interno e lo conservavano per tempi prolungati.

Per stabilire in quale misura le regole di soleggiamento riportate da Vitruvio siano state rispettate, abbiamo esaminato, per tre diverse regioni climatiche, l'orientamento di alcune terme romane e l'esposizione del loro calidarium.

Di Roma conosciamo le planimetrie di tre grandi terme: le Terme di Diocleziano (iniziate nel 298 d.C. da Massimiano e ultimate nel 305-306), le Terme di Traiano e quelle di Caracalla (iniziate nel 206 d.C. da Septimio Severo e ultimate da Caracalla nel 216). In tutti e tre i casi, l'asse centrale del complesso è orientata secondo le regole vitruviane in direzione NE-SO e il calidarium si trova esposto a SO. Anche a Pompei il calidarium delle Terme del Foro e delle Terme centrali sono orientate verso SO. Nelle terme di Tito, di Nerone e in quelle di Costantino l'asse centrale è orientata in direzione N-S e il calidarium si trova sul lato Sud.

Salvo alcune eccezioni, la regola vitruviana è stata applicata anche in Nordafrica: Un orientamento NE-SO dell'asse centrale e l'esposizione del calidarium verso SO lo troviamo a Timgad (Grandi Terme a Sud), a Dougga (Terme centrali) e a Djemila (Grandi Terme)- Le Terme di Antonino a Cartagine sono invece orientate in asse NO-SE e il calidarium si trova sul lato NO (forse per poter orientare il frigidarium e la palestra verso il mare)- Un orientamento N-S dell'asse centrale e l'esposizione del calidarium verso S lo troviamo invece nelle Grandi Terme a Nord di Timgad e in quelle di Leptis Magna.

A Nord delle Alpi, le terme più grandi e più conosciute sono quelle di Treveri: le Terme di S. Barbara (costruite verso la metà del II sec. d.C.) e quelle imperiali (costruite alla fine del III sec. d. C.). L'asse centrale delle Terme di S. Barbara è orientata in direzione N-S e il calidarium si trova sul lato Sud del complesso. L'asse centrale delle Terme imperiali è invece orientata in direzione Est-Ovest e il calidarium è esposto verso Est. Questo orientamento viene spiegato con motivi urbanistici: le Terme segnano dignitosamente la fine della via centrale (decumanus maximus) della città che si estende lungo un'asse Ovest-Est.

Si può quindi affermare che le regole climatiche di Vitruvio sono state rispettate dagli architetti romani nella maggior parte dei casi. Questo fatto non sorprende più di tanto perché si trattava anche di una misura di risparmio energetico e quindi rivestiva una notevole importanza.

Note

(1) Mallwitz, A. Olympia und seine Bauten, Monaco di Baviera, 1972
(2) Seneca, Ad Lucilium de providentia
(3) Marziale, Epigrammi: VI, 42
(4) Apollinare, 43: 262-254
(5)
Castagnoli, F.: Topografia e urbanistica di Roma antica, Bologna 1969, p. 97

(6) Plinio, epist. 17, 26
(7) Beloch: Campanien, 2- Ed., S. 302
(8) Lehmann-Hartleben in: RE Bd. IIIA, S. 2066-67
(9) Mallwitz A., Olympia und seine Bauten, München 1972
(10) Ginouvès R., L'etablissement thermal de Gortys d'Arcadie, Paris 1959
(11) Vallet, Villard et Auberson: Experiénces coloniales en Occident et urbanisme grec: Le fouilles de Megara Hyblea; in: Annales de l’Ecole française 25, 4, (1970), p. 1102-1113 (avec plans)
(12) Vitruvio, de arch. V, X, 1
(13) Brödner, E.: op. cit., p. 156
(14) Vitruvio, de arch. V, X, 1 “Primum eligendus locus est quam calidissimus, id est aversus ab septentrione et aquilone. Ipsa autem caldaria tepidariaque lumen habeat ab occidente hiberno, si autem natura loci impedierit, utique a meridie, quod maxime tempus lavandi meridiano ad vesperum est constitutum”.
(15) Brödner, E.: op. cit., p. 137
(16) Cod. Theod. 13,5,10.

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